il nostro essere

SPIRITO, FILOSOFIA E VITA DEL CERCHIO

“Il Cerchio della Vita” è un cammino di conversione, quotidiano, un cambiare se stessi, vincendo l’egoismo per aprirsi agli altri e a Dio. Un cammino che va scelto e costruito pian piano dentro al proprio cuore per avere occhi nuovi e un cuore grande, che arriva a cogliere il valore e la dignità di ogni persona, ricca o povera, forte o debole che sia e di cercare, provare a vedere, trovare Gesù nel povero, nel sofferente, nell’ultimo. È il riconoscerci parte di un unico cerchio in cui i punti, le persone, sono tutti equidistanti da un unico centro, il Dio della Vita. Non esistono più barriere, precedenze, superiorità o inferiorità nel momento in cui si guarda tutti nella stessa direzione, verso l’unico centro.
A questa spiritualità ci si sente chiamati, diventa un impegno con sé stessi, è una risposta a una chiamata interiore: quella di vivere la fraternità universale secondo il vangelo, sostando ai piedi della croce.
È soprattutto nel momento del fallimento, della povertà, della fragilità che si sente maggiormente la solitudine, l’abbandono. È in questi momenti che il farsi prossimo acquista un significato che va oltre la solidarietà: ci si fa prossimi perché chiamati ai piedi di quella croce, concreta, con un nome e un volto, come lo si farebbe ai piedi della croce di Cristo. Sostare sui calvari della storia ci aiuta nel cammino della fede, per cogliere come la passione del cristo continui nei crocifissi di oggi. Solo chi vive il venerdì santo potrà cantare l’Alleluja del Risorto, di una vita nuova che inizia proprio da quel venerdì santo.
Questa spiritualità trova la sua origine nel Gesù che si fa prossimo dei poveri, accanto a chi soffre per guarire e curare, ma soprattutto per condividere. E lo fa non solo a parole, non solo con le intenzioni, non solo col pensiero, ma nella concretezza delle scelte e nella continuità.
“Ero affamato e mi avete dato da mangiare” (Mt 25), ma ero anche in carcere, nudo, forestiero, malato… e voi non siete stati indifferenti. Nel povero, in ogni povero, si riconosce la povertà di Gesù e gli si va incontro senza giudicare la nazionalità, la religione, l’età o i motivi della situazione di precarietà. Il considerarlo fratello è il motivo che spinge a superare le diffidenze e le barriere e a incontrare.
A fondamento di questo cammino è la relazione vissuta nel quotidiano verso ogni persona: ognuno ha lo stesso valore, la stessa dignità che è anche in noi. Noi non vogliamo essere persone buone che incontrano poveri ma persone che incontrano altre persone.
Un cammino che viene scelto nel profondo del cuore, perché la realtà di ogni giorno possa cambiare, essere vista con colori nuovi. Allora quello che si fa, quello che si vive non ha più come unico riferimento se stessi, ma gli altri. Non sono più in ascolto dei miei soli bisogni, ma nel mio cuore entrano anche gli altri. La loro sorte, la loro esistenza mi sta a cuore.
Uno stile da vivere nella propria quotidianità, non come parentesi in momenti di azione umanitaria, ma come sfondo su cui costruire la propria esistenza.
Vivo non solo per me stesso, ma faccio della mia vita un tempo di incontro, di relazione con gli altri. È una conversione a Dio e agli altri che parte dal profondo e ti porta ad incontrare, consapevole che in ogni creatura c’è una ricchezza in quanto creata da Dio. Un po’ alla volta i miei occhi non vedono più nelle persone degli estranei, degli emarginati, ma semplicemente dei fratelli da amare. È uno stile che abbraccia tutta la vita e che dura nel tempo.
Non è un mezzo per cambiare il mondo in modo ideologico e non sta al servizio di strategie mondane, ma è attualizzazione qui ed ora dell’amore di cui l’uomo ha sempre bisogno (Deus caritas est n° 31).
Così quello che faccio, quello che vivo diventa solidarietà: vivo in famiglia, nel mondo del lavoro, in gruppi di ritrovo e sento dentro di me il desiderio e la forza di portare avanti sempre la cultura e lo stile solidale, iniziando ad accogliere e accettare ogni persona, consapevole che la solidarietà si vive anzitutto negli ambienti di ogni giorno, dove sono chiamato a pagare di persona le idee che porto avanti, prima che nei paesi lontani. Inizio a tessere relazioni di rispetto, consapevole che le situazioni o scelte di vita che le persone compiono non cambiano la dignità e il valore che possiedono. Porterò la luce del Vangelo e della solidarietà alle persone che incontro, nelle relazioni che vivo, nei luoghi che frequento.
Diventa man mano un cammino che vince l’egoismo, l’egocentrismo che porta a leggere, interpretare e giudicare la realtà facendo riferimento costante a se stessi, ai propri bisogni e opportunità del momento. Il cammino che si vive lentamente apre spazi nuovi, il riferimento non è più il proprio io, ma gli altri, Dio, la storia.
La nostra è una risposta. Non è importante solo quello che faccio per i poveri, non è solo questo a realizzarmi, ma soprattutto la relazione che cerco di costruire con loro. Non è una forma di assistenzialismo, ma di esistenza nuova.

LE TRE IDEE DEL CERCHIO

Centralità della persona
La persona è al centro dell’associazione. Ogni persona, ogni storia, ogni percorso di vita merita considerazione e attenzione.
È lo stupore di fronte al mistero che ogni persona ha in sé in quanto vive, custode di sentimenti, emozioni, scelte, vissuto. Uno stupore che non è solo ammirazione o stima, ma che nasce dal riconoscere il mistero presente.
Soprattutto se umiliata, offesa, emarginata, crocifissa si scopre il segno del Crocifisso, un Dio che ancora continua a patire, soffrire, essere umiliato, emarginato, deriso.
Così la presenza della morte e della sofferenza nel mondo ci rivela che la morte di Dio continua, la sofferenza di Dio è reale nella sofferenza che in questo momento tanti uomini e donne stanno affrontando.
Lo spirito del Cerchio diventa uno stile di vita quotidiano, che uno inizia a vivere nel proprio ambiente di vita di ogni giorno, in cui si inizia a vedere le persone con una stessa dignità e valore. Non hanno più importanza allora le differenze di razza, cultura, le conquiste  ei successi, perché si inizia a guardare più in profondità.
La persona viene vista nella sua totalità, con una storia, un vissuto, ma anche con una prospettiva, un progetto di vita. Ogni incontro con il povero, ma anche ogni incontro quotidiano tiene conto di questa visione olistica, unitaria. Non si guarda a un aspetto della vita, non si incontra un bisognoso, o la sua indigenza, ma una persone che vive una data situazione e esperienza.
Così il senza fissa dimora, la schiava della strada ad esempio, sono riconosciute prima come persone, con una storia, un vissuto, un progetto di vita, (magari nascosto o rovinato, ma che c’è!), persone che si trovano a vivere per determinati motivi questa situazione. Le situazioni contingenti, per quanto pesanti e gravi siano, non definiscono mai la persona, tanto meno la sua dignità.

Sacralità della strada
La strada è il luogo dell’incontro, ma anche della nostra testimonianza. Sempre chi vive nel cerchio fa della strada il luogo dove cogliere la presenza del fratello da amare, da aiutare.
È il luogo dove donne giovani vivono il dramma della prostituzione, il luogo dove i clienti diventano corresponsabili di questo traffico disumano. È il luogo dove coloro che non hanno casa cercano la dimora per la notte, dove chi non ha lavoro si trova  mendicare. È il luogo dove tanta gente passa presa dai suoi mille affari, dai propri impegni, e non incontra gli altri. È il luogo dove l’afflusso continuo rende le persone gente anonima, senza nome, senza volto, ma solo numero.
È il luogo più visibile nello stesso tempo il luogo dove sembra regnare l’indifferenza.
“un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti…
Scendeva per quella medesima strada…” (Lc 10,29-37
)
La strada diventa luogo sacro, dove molti fratelli e sorelle vivono, soffrono e spesso muoiono.
L’associazione sempre nei confronti della strada ha un’attenzione particolare per il significato che essa riveste. Non si scende mai per strada in maniera distratta o superficiale. Andare per la strada è raccogliere sempre il vissuto delle persone. Soprattutto nelle azioni dei progetti di associazione la strada diventa luogo di testimonianza di un farsi prossimo non a parole, non simbolicamente, ma umilmente, nella concretezza e nella realtà.
“due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava, si misero a gridare” (Mt 20,29-34)
“Esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare, perché la mia casa si riempia” (Lc 14,15-24)
“andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze” (Mt 22,1-14)

La strada è il luogo dove il cristiano è mandato. Non per fare mercato, non per fare i propri interessi, ma per invito del Signore.
È il luogo dove andare a prendere gli ultimi, coloro che nessuno vuole o guarda, del toccare con mano persone da incontrare e amare, da aiutare e da invitare all’incontro con la Vita.
Questa passione per la Vita di chi ha incontrato la bellezza dello stare insieme attorno al valore della solidarietà, ti chiede di andare a prendere tutti, di spingerli dentro all’incontro con l’Autore della Vita. Ma è un andare verso, incontro. Non basta più aspettare che i poveri vengano, non basta più aprire le porte. Si intuisce la bellezza e la necessità di mettersi in movimento, di andare in strada per chiamare, annunciare, incontrare.

Per fede, non solo per carita’
La motivazione resta la fede. Si possono incontrare i poveri mossi dalla carità.
L’associazione desidera incontrare realtà di povertà con l’atteggiamento della fede, prima che della carità, cercando un “oltre” che va aldilà dell’impressione, della prima relazione superficiale, del giudizio…
“Ero affamato e mi avete dato da mangiare” (Mt 25) diventa non solo l’indicazione di amare gli altri, ma anche la modalità con cui farlo. Dare da mangiare non solo perché quel povero è nel bisogno, nell’indigenza, ma farlo perché lì trovi la presenza del Crocifisso. Incontrare gli altri non solo perché fratelli umiliati, ma perché in quel momento la situazione che loro si trovano a vivere diventa “icona” del calvario. Per cui mi faccio prossimo, non con l’intento di voler a tutti i costi imporre uno stile di vita diverso, non con l’atteggiamento del salvatore che risolleva e risana, ma con l’atteggiamento primo di contemplare un mistero di passione e sofferenza, come Maria ai piedi della croce, che ancora è attuale nella storia degli uomini, e poi mettendo in moto le energie, le possibilità che ci sono per compiere assieme al povero che incontro, un percorso di rinascita, o meglio, risurrezione. Un percorso in cui lui non è destinatario di un servizio o di un intervento, ma corresponsabile delle sue sorti, in cui trova fratelli disposti a camminare insieme a lui. Fare tutto questo per fede diventa non solo un “fare per”, ma un “essere con”. L’atteggiamento del cerchio non diventa più quello di aver compiuto una buona azione, ma quello di essere presente al ripetersi del mistero pasquale (passaggio dal venerdì santo alla pasqua, dalla croce alla risurrezione).

LA VITA DEL CERCHIO

Vivere nel cerchio è vivere dentro la storia lo spirito del Vangelo, incontro agli ultimi non per un senso di beneficenza, ma nella serietà e nella verità di incontrare la presenza di Gesù. È anzitutto una scelta che ognuno fa nel profondo del suo cuore. È un accogliere i drammi e le croci del mondo, ma prima di tutto un iniziare a vivere in se stessi la cultura del rispetto e della solidarietà. È il desiderio di vivere il vangelo come scelta profonda che cambia la vita, la nostra vita, la mia vita.

La Preghiera
La preghiera è l’anima della solidarietà. Vissuta come comunità e come singoli. Una relazione di fede intensa con il Nostro Signore crocifisso e risorto è forza interiore e luce per incontrare la povertà nella storia di oggi. Ogni socio si impegna a vivere la preghiera secondo le modalità indicate dall’associazione.

L’operatività
I progetti sono l’espressione “operativa” dello spirito del cerchio nel territorio. Non hanno lo scopo di offrire una presenza assistenziale in una situazione di indigenza, ma di offrire la possibilità ai soci di far crescere e maturare la relazione con i poveri entrando in una relazione costante con una situazione di povertà presente sul territorio e offrono, all’esterno, un segno di provocazione e riflessione sul valore e la testimonianza della solidarietà.
Non sarà però la realizzazione di questi progetti l’aspetto fondante dell’associazione, ne è necessario che vengano rincorsi di momento in momento continui progetti da realizzare.